Home Generalista Gioie e dolori del vecchio Putin: quello che manca a Mosca è un mare caldo in cui navigare

Gioie e dolori del vecchio Putin: quello che manca a Mosca è un mare caldo in cui navigare

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di Francesco Petronella

Il presidente russo Vladimir Putin ha richiesto la creazione di una versione civile del velivolo militare supersonico Tupolev Tu-160 spiegando che l’apparecchio “è andato fuori produzione perché il biglietto doveva corrispondere a una sorta di salario medio a livello nazionale. Ma ora la situazione è diversa, ora ci sono grandi compagnie che potrebbero usare questo velivolo”.

In un territorio di quasi 18 milioni di chilometri quadrati come quello russo, in cui le uniche rotaie a percorrere da ovest a est tutto il territorio sono quelle della rotta transiberiana, gli spostamenti aerei per i civili rivestono un ruolo di capitale importanza. Il presidente Putin, questo, sembra saperlo fin troppo bene. Gli aeroporti nell’estremo oriente russo, come quelli di Vladivostok-Kneviči e Zyrianka, offrono costantemente i loro servizi ai passeggeri che desiderano recarsi in questo remoto quadrante della grande Russia oppure, più spesso, in direzione opposta.

C’è un’altra cosa, però, che il leader del Cremlino sa perfettamente. Un’imponente flotta aerea, militare e civile, ed una via ferroviaria tra le più temerarie ed avveniristiche al mondo, non potranno mai sostituire ciò che alla Russia manca da sempre: uno sbocco su un mare temperato. I mari che circondano il gigante russo, infatti, sono ghiacciati (e quindi non navigabili) per diversi mesi all’anno. Per quanto le rotte marine sembrino ormai uno strumento superato per il movimento dei civili, lo spostamento in acque temperate gioca ancora un ruolo essenziale in ambito bellico e commerciale. Spostare le merci su grandi navi container, infatti, è di gran lunga più economico che farlo via treno o (assurdo anche solo pensarlo) via aria. In caso di guerra, invece, un mare temperato è necessario per schierare in qualsiasi stagione corazzate, sottomarini e, soprattutto, portaerei necessari per supportare operazioni di lungo raggio da parte dei caccia.

La mancanza di “un posto al mare” costituisce il framework necessario per comprendere l’intera politica estera russa, il particolare quella dell’era Putin.

La crisi in Crimea del 2014 ne è un esempio lapalissiano. La penisola, contesa tra la Russia e l’Ucraina, è una testa di ponte necessaria per consentire alle flotte russe, in caso di guerra, gli spazi di manovra necessari nel Mar Nero e da qui nel Mediterraneo. D’altra parte il Mar Baltico, e le repubbliche che su di esso si affacciano, sono disagevoli per le iniziative marittime russe. Innanzitutto Estonia, Lituania e Lettonia sono membri della Nato dal 2004 ed ospitano basi aeree americane. Inoltre, qualora le navi russe riuscissero a salpare da questi porti, dovrebbero fare i conti con lo stretto di mare tra Danimarca e Norvegia, anche essi paesi membri della Nato.

Il resto dei mari navigabili che lambiscono il “grande orso” russo nella sua parte orientale, il mare di Okhotz e il mare di Bering, sono invece presidiati dalle potenti flotte di Giappone e Stati Uniti.

 

Il mediterraneo, quindi, resta l’opzione obbligata per i grandi traffici via mare. Questo spiega come mai, nonostante varie tensioni momentanee come abbattimenti di caccia e scaramucce di confine, Putin abbia sempre mostrato un atteggiamento piuttosto accondiscendente verso la Turchia di Erdogan. Il beneplacito fornito recentemente da Mosca all’iniziativa militare turca sull’enclave curdo-siriana di Afrin lo dimostra chiaramente. Infatti, per arrivare dal Mar Nero al Mediterraneo, attraverso l’Egeo, bisogna attraversare lo stretto dei Dardanelli il quale è controllato dalla Turchia, anch’essa un paese Nato che ospita basi aeree americane.

Una volta arrivati nelle acque del mediterraneo, però, gli ostacoli non sono finiti. È facile comprendere come mai, per assicurarsi libertà di movimento in queste acque, la Russia abbia optato per un massiccio intervento a difesa del regime di Bashar al-Asad contro la rivoluzione in Siria. Il Ministero della difesa russo, infatti, a ottobre ha annunciato l’intenzione di creare una base militare permanente della marina russa nel porto siriano di Tartus. In questa base, una piattaforma meramente logistica prima del conflitto, potranno ormeggiare vascelli di grossa stazza tra i quali sottomarini (carichi di testate nucleari?) e portaerei (appunto).

Putin, però, sa perfettamente che, sin dalla scoperta del Nuovo Mondo, il Mediterraneo si è progressivamente ridotto ad un laghetto di scarsa importanza. Per raggiungere le rotte oceaniche, i grandi traffici commerciali e le manovre militari ad ampio raggio, bisogna passare per gli stretti che collegano il mediterraneo agli oceani: lo stretto di Gibilterra, presidiato dalla Spagna (paese Nato) ed il canale di Suez.

L’importanza di quest’ultimo, che permette l’accesso al Mar Rosso e di lì (finalmente) all’Oceano Indiano, spiega il supporto incondizionato fornito da Putin al governo autoritario egiziano, per ora nelle mani di Abdelfattah al-Sisi. La stabilità di questo quadrante, per la quale è necessaria anche una concertazione con Israele, resta una priorità nell’agenda di Mosca. Il 2017 è stato un anno di fitti scambi commerciali e di importanti accordi militari tra i due paesi. Dello stesso tipo sono le transazioni che legano la Russia alla Libia, sia essa la Cirenaica di Haftar o la Tripolitania di al-Serraj. Con entrambi Mosca ha collaborato attivamente nell’ambito della sicurezza e nella mediazione con le tribù berbere del sud.

La politica estera di Putin viene sempre presentata da quest’ultimo come una questione di “bilanciamento” nei confronti dell’ “imperialismo” americano. È di qualche giorno fa la notizia riguardante la nuova missione italiana in Tunisia, realizzata sempre nell’ambito della Nato con l’obiettivo (ufficiale) di contrastare il terrorismo jihadista. L’attivismo russo in nord-Africa rappresenta la risposta del Cremlino a questo tipo di iniziativa.

Che si tratti di supportare regimi militari senza scrupoli come quelli di Asad e al-Sisi, di fomentare le popolazioni di etnia russa in altri stati provocando una guerra civile (come in Ucraina) o peggio ancora di indirizzare l’opinione pubblica di altri paesi tramite le fake news e i potenti mezzi di informazione russi, Putin ha ben chiare le priorità geo-strategiche del suo paese e farà di tutto per realizzarle.

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