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Medio Oriente: Trump ha spinto i palestinesi tra le braccia di Putin

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di Francesco Petronella

Il presidente russo, Vladimir Putin, e il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, discuteranno il 12 febbraio a Sochi della situazione in Medio Oriente e della possibile introduzione di un nuovo meccanismo di mediazione per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Lo ha detto l’ambasciatore palestinese presso la Federazione Russa, Abdel Hafiz Nofal, in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa “Tass”, sottolineando che il Quartetto per il processo di pace in Medio Oriente (Russia, Usa, Ue e Nazioni Unite) “è morto”.

Queste le testuali parole del diplomatico palestinese. “Vogliamo che Mosca abbia un ruolo decisivo nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Abbas visita regolarmente la Federazione Russa, solitamente due volte all’anno, ma questo incontro sarà di particolare rilevanza a causa degli ultimi sviluppi nella regione”, ha aggiunto Nofal.

Le conseguenze della decisione di Trump sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele si stanno ora materializzando d’avanti agli occhi del mondo. L’Autorità Nazionale Palestinese ha perso completamente la propria fiducia nel ruolo degli Stati Uniti d’America quali mediatori del processo di pace. Voci non confermate descrivono da tempo la decisione del Tycoon su Gerusalemme come parte di un accordo pattuito in via riservata tra il genero di Trump Jared Kurshner ed il principe ereditario saudita Muhammad Bin Salman. Secondo questo patto, in cambio del riconoscimento di Gerusalemme a Israele, Riad si sarebbe impegnata a convincere i paesi in cui i vivono i rifugiati palestinesi a concedere a questi ultimi la cittadinanza. A suon di petro-dollari, ovviamente. Qualora questo piano sia reale, darebbe un senso all’operato di Trump nella regione in virtù del fatto che lo scottante tema del ritorno dei profughi palestinesi, naturalizzati solo in Giordania, verrebbe risolto con un colpo di spugna. L’obiettivo finale di tale operazione è chiaramente quello di unire (sempre sotto un’ostilità di facciata) gli sforzi di Tel Aviv e Riad contro quella che è la vera minaccia regionale per gli Usa: l’Iran sciita di Hassan Rouhani.

Jared Kurshner e Muhammad Bin Salman

 

Le ragioni che rendono poco credibile la realizzazione del piano Kurshner-Bin Salman sono diverse. Innanzitutto, i palestinesi accetterebbero mai un surrogato di stato con un surrogato di capitale al posto della ben più importante Gerusalemme? I profughi palestinesi all’estero accetterebbero di rinunciare al proprio retaggio nazionale? I paesi ospiti accetterebbero senza battere ciglio di dare la cittadinanza ai rifugiati palestinesi? Prendendo in esame il caso del Libano, è risaputo che il suo precario equilibrio politico riposa su un altrettanto precario equilibrio demografico, basato sul peso numerico delle comunità etniche e religiose. Il paese dei cedri, in cui l’ultimo censimento ufficiale risale al 1932, si guarda bene dal divulgare dati recenti sulla composizione della sua popolazione. Secondo molti analisti, in effetti, i sunniti costituirebbero oggi la maggioranza dei residenti in Libano, specialmente dopo l’arrivo di profughi siriani a causa della guerra civile. Se i palestinesi nel paese, 600 mila all’incirca, dovessero acquisire la cittadinanza, questo significherebbe una chiara riconfigurazione politica per Beirut.

L’avventatezza strategica dell’amministrazione Trump ha portato al risultato di spingere la leadership palestinese tra le braccia di Vladimir Putin. È al Cremlino, infatti, che l’Anp guarda come nuovo attore per il processo di pace con Israele. La sfiducia che, all’epoca del mandato, i palestinesi avevano spostato dalla potenza coloniale britannica alla “new entry” statunitense, ora si sposta nuovamente dagli Usa di Donald Trump alla Russia dell’era Putin. Il leader russo intrattiene rapporti più che cordiali anche con Benyamin Netanyahu, consapevole di quanto i russi in Israele siano un blocco elettorale di grande importanza. L’unica richiesta di Tel Aviv, espressa più volte e in modo chiaro nei confronti di Mosca, è la garanzia che il Cremlino si impegni per scongiurare il pericolo di una presenza iraniana permanente sul confine siriano all’indomani del conflitto. Questa eventualità, unita al ritorno in forze di Hezbollah nel nord del Libano, rischia di fornire a Teheran un terreno fin troppo favorevole per non lasciarsi tentare da un’iniziativa contro lo stato ebraico.

In conclusione, questo spostamento delle simpatie palestinesi verso Mosca consentirebbe a Putin di mettere il secondo piede in Medio Oriente. Il primo, inutile dirlo, calpesta già con prepotenza il terreno Siriano. La strada per la marcia russa in questo secondo quadrante, ironia della sorte, passa ancora una volta da Sochi.

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