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Operazione turca in Siria: il ritorno all’ottomanesimo di Erdogan tra Medio Oriente e Africa

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di Francesco Petronella

La Turchia “non farà marcia indietro” dopo l’avvio della nuova offensiva in Siria. È quanto ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, citato dai media locali, in riferimento all’operazione militare contro l’enclave curda di Afrin, nel nordovest della Siria, in mano ai curdi delle Ypg considerati “terroristi” da Ankara.

“La questione di Afrin sarà sistemata”, ha detto il presidente, precisando che la Turchia farà nella zona come a Jarablus, al-Rai e al-Bab e che i siriani “potranno tornare nelle proprie case” dopo la fine dell’operazione.

Tralasciando per un attimo il fatto che i curdi contro i quali è rivolta l’operazione militare sono anch’essi siriani, è legittimo osservare che l’iniziativa turca denominata “Ramoscello di ulivo”, realizzata col silenzio-assenso di Russia e Stati Uniti, ha delle conseguenze pesanti sul fronte di opposizione siriano. Notizie diffuse dagli attivisti locali riferiscono che centinaia di combattenti dell’Esercito Siriano Libero stanno convergendo nella zona di Afrin per combattere i curdi delle Ypg al fianco del “nuovo arrivato” turco. Da questo spostamento deriva un disimpegno importante dall’area di Idlib, dove i ribelli, paradossalmente, hanno dovuto cedere al regime di Asad lo strategico aeroporto di Abu Duhur.

L’operazione turca nel cantone di Afrin, che probabilmente verrà usato dalla Turchia come carta da giocare in sede di negoziati a Sochi e a Ginevra, rappresenta l’acme più recente di un lungo progetto egemonico da parte della Turchia di Erdogan. Questo sogno di grandeur coltivato da Ankara, tuttavia, non si esprime solo in Siria e in Medio Oriente. In questo quadrante, senza dubbio, Erdogan ha dimostrato tutta la sua capacità trasformistica. Prima ergendosi a “protettore del sunnismo” contro il sanguinario regime sciita  di Bashar al-Asad, poi sededosi al tavolo delle trattative proprio coi sostenitori di Damasco: Iran e Russia.

Ciononostante il raggio d’azione dell’iniziativa egemonica turca coinvolge un altro settore di capitale importanza: il continente africano.

La Turchia, infatti, ha inaugurato una nuova strategia verso il continente nero circa due decenni fa, per poi accelerare in maniera importante nell’ultimo lustro. Questo cambiamento nella strategia di Ankara va di pari passo con un allontanamento da decenni di visione “kemalista” della Turchia stessa, in favore di una sorta di “neo-ottomanesimo” regionale che vede in Erdogan, inutile sottolinearlo, il suo “Sultano”.

Sotto l’apparenza di stato “periferico” nell’orbita euro-americana, la Turchia ha iniziato a nutrire una nuova idea di se stessa come uno stato internazionale, dinamico e con una politica estera complessa e strategicamente profonda.  In questo quadro, nuove e importanti trame geo-strategiche fanno della Turchia un attore di primaria importanza in Medio Oriente e nel continente africano. Com’è normale che sia, questa forma di “neo-ottomanesimo” prevede sia l’utilizzo dell’ “hard power” bellico e militare (Siria e Kurdistan), quanto del “soft power” fatto di accordi economici e flussi finanziari (Africa).

Il continente nero, coi suoi 54 paesi e con una popolazione di oltre un miliardo di persone, è il secondo continente per superficie e popolazione, nonché un territorio dotato di enormi risorse naturali e umane. Il 70% della popolazione africana è al di sotto dei 25 anni di età, un fattore cruciale in termini di forza lavoro e mercati.

Durante una lunga tournée del 2016, il presidente turco Erdogan ha rafforzato il “partenariato strategico” con l’Africa per sviluppare le relazioni con gli stati membri dell’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale). Il 2017, invece, ha visto Erdogan impegnato in visite ufficiali per stringere relazioni economiche e strategiche in Etiopia, Gibuti, Somalia, Ciad, Tunisia e Sudan.

Erdogan con il presidente sudanese Omar al-Bashir

Durante la visita a Khartoum, la prima di un presidente turco dopo l’indipendenza del Paese, sono stati firmati 22 accordi in vari campi, soprattutto militare e di securitario. Il riavvicinamento turco-sudanese è avvenuto in un clima di tensione tra Egitto e Sudan da una parte, e Egitto e Turchia dall’altra. Alcuni osservatori hanno considerato il dialogo Ankara-Khartoum, in parte, come una risposta a una precedente mossa del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il capo di stato egiziano, infatti, aveva fatto la stessa mossa di avvicinamento con Grecia e Cipro, storiche “gatte da pelare” per Ankara. La presenza turca in Somalia, invece, ha lo scopo di mostrare i muscoli al pari di una grande potenza militare ed economica. La costruzione di una base militare da 50 milioni di dollari, chiaramente in funzione anti-emirati nel Corno d’Africa, è una prova lampante.

Insomma, la Turchia ha obiettivi strategici che le potrebbero consentirle di trascendere la scena regionale e creare una nuova area di mercato per le sue potenzialità produttive e tecniche.

L’azione di Ankara in Africa va inquadrata anche in una mancanza di influenza araba nel continente, in particolare nella sua sezione musulmana. Tale vuoto è dovuto alle crisi interne di molti paesi arabi, primo fra tutti l’Egitto, a partire delle cosiddette “primavere arabe”. È inevitabile, quindi, che la Turchia diventi “una calamita” per questa parte di continente africano.

È naturale che, sulle orme di potenze come Cina, India, Israele, Emirati Arabi, Giappone e Stati Uniti, ora anche la Turchia voglia la sua quota di mercato in Africa.

Con la presa di Afrin, che qualcuno ritiene sarà “utilizzata” come ricettacolo per accogliere i civili in fuga da Idlib qualora questa venga presa dalle forze di Damasco, Erdogan intende rafforzare la propria posizione come attore indispensabile per chiudere le trattative. Il file “Siria”, con l’ampliarsi della spaccatura sempre tra curdi ed arabi, ormai quasi totalmente vassalli di Ankara, deve essere archiviato in favore delle prospettive future: quelle africane.

 

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