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Mattanza in Siria: si aggrava di ora in ora il bilancio nella Ghouta

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di Francesco Petronella

Il bilancio di morti e feriti causati della nuova ondata di raid condotti dal regime siriano e dalle forze alleate sulla Ghouta orientale è un dato da aggiornare di ora in ora.

Sono quasi 250 le vittime registrate in questa nuova escalation di violenza, iniziata nella giornata di domenica. Già da qualche giorno, in realtà, diverse avvisaglie avevano allertato gli attivisti che si occupano di documentare e mantenere viva l’attenzione su ciò che sta accadendo nella Ghouta. La scorsa settimana, infatti, manovre via terra da parte delle forze del regime avevano dato l’impressione che “qualcosa di grosso” stesse per accadere.

Nella Ghouta orientale, serbatoio agricolo e rurale nell’hinterland damasceno, vivono quasi 400 mila persone che, praticamente dall’inizio del conflitto, subiscono l’assedio delle forze governative. Il regime di Bashar al-Assad, impedendo l’ingresso e l’uscita di cibo, medicine e persone gravemente malate, adduce come motivazione la necessità di isolare i gruppi d’opposizione di matrice islamica che controllano la zona (Jaish al-Islam e Failaq as-Sham su tutti). Sarebbero costoro ad usare persone e strutture civili come scudi contro l’offensiva russo-governativa. Secondo la macchina propagandistica di Damasco, quindi, questo giustificherebbe il bombardamento indiscriminato di quartieri residenziali, cliniche e strutture ospedaliere causando il ferimento e la morte di decine di civili.

Mentre l’attenzione del mondo è concentrata su Afrin, dove l’operazione turca “ramo d’ulivo” si sta risolvendo in un bagno di sangue, la Ghouta orientale muore sotto i colpi d’artiglieria, oltre che per la fame e le malattie che la attanagliano da quasi sette anni. E’ chiaro che il cantone curdo nella Siria nord-occidentale suscita grande attenzione per le implicazioni a livello regionale e internazionale. Basti pensare all’intervento da parte delle truppe del regime in aiuto delle YPG curde, fermato a suon di razzi dall’esercito turco e diplomaticamente dall’alleato Putin. Questi elementi, insieme al ruolo giocato finora dai curdi,  per capire quanto il teatro di Afrin rischia di cambiare profondamente gli schemi con cui siamo abituati a guardare il conflitto siriano.

Il giornalista tedesco Julian Roepke commenta gli avvenimenti paragonando la distruzione della Ghouta a quella di Aleppo nel 2016

Assai meno cruciale per gli equilibri geo-strategici, la Ghouta assiste ad un vero e proprio massacro che in molti, come The Guardian questa mattina, hanno già paragonato all’eccidio di Srebrenica, perpetrato durante il conflitto nei Balcani. Solo le cifre apocalittiche delle ultime ore hanno fatto riaccendere i riflettori sulla Ghouta. Non sono bastate le notizie circa l’utilizzo reiterato di armi chimiche documentato dalla piattaforma investigativa Bellingcat, specialmente nel mese di gennaio. A nulla sono valse le campagne lanciate nei mesi scorsi dagli attivisti su twitter con gli hashtag #ghoutaisbleeding, #saveghouta, #ghoutachemicals e neanche le testimonianza di bambini vittime del massacro. Testimonianze come quella di Karim, bambino di due mesi che ha perso un occhio per un colpo di artiglieria, o quella dei fratellini Nour e Alaa, che con la loro voce raccontano cosa significa vivere in quella grande ma piccola prigione chiamata Ghouta. L’indignazione delle ultime ore, da parte di stati e organismi internazionali sembra doverosa ma, se non altro, tardiva.

Nella quasi totale indifferenza del mondo, la Ghouta Orientale, una delle quattro “zone di de-escalation” sancite dagli accordi di Astana, sembra ormai soggetta allo scontro tra due soli attori: i civili siriani ed una morte certa. Quella che si sta consumando nella Ghouta Orientale è una mattanza che rischia di far impallidire quanto accaduto a Homs e Aleppo nei loro momenti più bui. D’altronde il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov lo ha detto ieri con estrema chiarezza: “Quello che è successo in Aleppo si ripeterà nella Ghouta”. Com’è andata a finire, ce lo ricordiamo bene.

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