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Il grande predatore Macron: il neo-colonialismo francese in Nord Africa e nel Sahel

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di Francesco Petronella

Il presidente francese, Emmanuel Macron, si recherà mercoledì in Tunisia per una visita ufficiale di due giorni. Lo riportano i media locali, precisando che Macron, accompagnato da una nutrita delegazione composta da ministri e uomini d’affari, vedrà il suo omologo tunisino, Beji Caid Essebsi e parteciperà, insieme al premier tunisino Youssef Chahed, al Forum economico franco-tunisino. Giovedì mattina, invece, il capo dell’Eliseo deporrà una corona di fiori in memoria dei martiri al Monumento di Sijoumi.

La visita di Macron nel paese nord-africano arriva, con prevedibile puntualità, a pochi giorni dall’incontro tra la ministra della Difesa italiana, Roberta Pinotti ed il suo omologo tunisino Abdelkrim Zbidi, avvenuto proprio nella capitale del paese nord-africano. In quell’occasione la Pinotti ha incontrato anche il presidente Essebsi, ed altre personalità del Paese, confermando numeri e budget della nuova missione italiana in Tunisia, portata avanti in ambito Nato. Il Bel Paese, infatti, invierà 60 militari in Tunisia per una missione per cui sono stati stanziati 4,91 milioni per il periodo che va dal 1 gennaio al 30 settembre 2018.

Stele commemorativa dei fatti di Jellaz

Il programma del tour di Macron a Tunisi è carico di connotazioni economiche e finanziarie, come la partecipazione al Forum economico franco-tunisino, ma anche simboliche. È emblematica, infatti, la visita del presidente francese al Monumento di Sijoumi, eretto a memoria della “affaire Jellaz”. Nel cimitero che porta questo nome, infatti, le autorità del protettorato francese repressero nel sangue le proteste anti-coloniali portate avanti dai residenti, tra cui numerosi italiani che a inizio ‘900 vivevano nella zona portuale di Tunisi. Correva l’anno 1911.

Il passato coloniale francese, in Tunisia come altrove, pesa molto nel discorso pubblico di Macron. È di qualche ora fa, ad esempio, la notizia che il governo algerino presenterà nuovamente alla Francia una richiesta di risarcimento per i danni collaterali causati dai test nucleari francesi nel sud del Paese, portati avanti negli anni ‘60, al crepuscolo del periodo coloniale . È opinione diffusa tra gli algerini il fatto che questi test fossero parte integrante delle trattative per la decolonizzazione: la Francia avrebbe abbandonato i propri possedimenti in Algeria (come effettivamente avvenne nel 1962) ma in cambio chiedeva di sfruttare ampie zone desertiche del paese nordafricano per testare la propria potenza nucleare. Un ultimo ma devastante colpo di coda, insomma.

Durante la sua visita in Algeria nel mese di dicembre, Macron dichiarava che non sarebbe rimasto “ostaggio del coinvolgimento coloniale francese” esortando i giovani algerini “a costruire il futuro e a non soffermarsi sui crimini del passato”.

Ma quale futuro bisogna aspettarsi nelle relazioni tra Francia e paesi del Magreb-Sahel?

Proprio ieri l’ambasciatore francese in Algeria Xavier Driencourt, secondo quanto riportato dall’Agenzia stampa ufficiale algerina, ha dichiarato che gli investimenti delle società francesi in Algeria “stanno assistendo ad uno sviluppo”. Il diplomatico ha rivendicato i successi dell’industria automobilistica nel Paese, dove alla già esistente fabbrica Renault nel porto di Taleel si affiancherà presto un nuovo stabilimento Peugeaut-Citroen.

In realtà la Francia utilizza queste iniziative economica nell’ottica della ricerca di un mercato più che di una partnership alla pari. La manovalanza specializzata, i quadri manageriali e le tecnologie stesse, infatti,  sono in prevalenza in mano ai francesi. Stesso dicasi per il Marocco, in cui le tecnologie ed il “Know-How” vengono trasferite alla popolazione locale solo nella misura in cui questa venga formata proprio in Francia (37.000 universitari marocchini studiano in territorio francese, spesso per rimanervi).

Situazione ancora più intricata è quella che lega la Francia al Niger, in cui il gigante del nucleare Areva rappresenta il principale sfruttatore delle enormi risorse di uranio del Paese per la produzione di energia nucleare. Il ritorno di questo business miliardario nelle tasche dei nigerini è davvero trascurabile se paragonato al prezzo pagato in termini di qualità della vita. Falde acquifere contaminate per milioni di anni, livelli di radioattività nelle strade di 500 volte superiori ai valori normali nell’area: questi sono i dati emersi dal rapporto annuale stilato da Greenpeace circa le condizioni del paese. A ciò si aggiunge l’iniqua distribuzione dei proventi nucleari, denunciata nel 2017 dal famoso “uraniumgate”. Nel mirino dello scandalo, e dell’inchiesta parlamentare nigerina che ne scaturì, un ministro locale, il gigante nucleare francese Areva e intermediari russi e libanesi che “facevano la cresta” sulle transazioni.

Un bilancio desolante quello dell’operato francese in questo quadrante. Un operato finalizzato allo sfruttamento delle risorse e alla ricerca di nuovi mercati, probabilmente per sopperire alla mancanza di un mercato dinamico come quello dell’amico-nemico più importante: la Germania.

Le iniziative di Macron, infatti, vanno inquadrate nell’ottica dell’ odi et amo che lega Parigi a Berlino. Con la Germania che gioca stabilmente il ruolo di “locomotiva d’Europa” in ambito economico, la Francia rischia di rimanere indietro. Macron questo lo sa bene e, pertanto, si adopera per “rifarsi il trucco” davanti alle ex colonie continuando a sfruttarne le risorse. Allo stesso tempo, però, il capo dell’eliseo cerca di porsi come mediatore in varie conflittualità del Medio Oriente e del Nord Africa, in modo da risultare il vero gestore del file “politica estera” per conto dell’Unione Europea.

Si dice che lo statista americano Henry Kissinger una volta abbia chiesto ironicamente: “Chi devo chiamare al telefono se voglio parlare con l’Europa?”. Sembrerebbe proprio che il presidente Macron punti ad essere la persona dall’altro capo del filo.

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